17 Marzo 2026
Sommario
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Uno stop dello Stretto di Hormuz per meno di 2 mesi rischia di far salire l’inflazione nei mercati emergenti, mentre i paesi del Golfo potrebbero entrare in recessione
Stimiamo che la chiusura dello Stretto di Hormuz fino a sei settimane comporterebbe una riduzione del PIL di -1,6 punti percentuali per l’Arabia Saudita e di -3,3 punti percentuali per gli Emirati Arabi Uniti. Anche il turismo, un pilastro chiave della diversificazione nel Golfo, subirebbe un impatto nel breve termine, con effetti a catena sugli investimenti esteri e sui tempi dei mega-progetti, inclusi quelli legati all’AI.
Conflitto prolungato: per l’Asia il rischio è passare dall’inflazione alla carenza di energia
Asia, Taiwan, Vietnam, Thailandia, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka sono i più esposti a una carenza di approvvigionamento, mentre in Africa Egitto, Etiopia, Kenya e Tunisia sarebbero i più colpiti da una carenza globale di petrolio, vista la loro dipendenza dagli idrocarburi mediorientali. Una carenza temporanea potrebbe essere compensata in parte modificando il mix energetico (ad es. maggiore uso di carbone e, in misura minore, rinnovabili). Tuttavia, interruzioni prolungate richiederebbero una riduzione della domanda del 5-7% nei consumi energetici finali nel caso in cui i prezzi raddoppiassero.
Oltre 3 mesi di chiusura di Hormuz mettono molti paesi emergenti a rischio recessione per i loro tripli deficit
L’impatto sulla crescita del PIL sarebbe in media di almeno -0,5 punti percentuali, portando la crescita dei mercati emergenti (esclusa la Cina) intorno al 3,1%. I paesi più a rischio sarebbero Bangladesh, Egitto, Etiopia, Giordania, Kenya, Marocco, Pakistan, Polonia, Romania, Sri Lanka e Tunisia. Un secondo gruppo di economie presenta un rischio moderatamente elevato, avendo maggiore margine di manovra per sostenere l’economia: Cile, Cina, Ungheria, India, Filippine, Taiwan, Thailandia e Turchia. Al contrario, i grandi esportatori di materie prime come Brasile e Messico appaiono più resilienti nonostante i deficit fiscali, perché le esportazioni energetiche attenuano l’impatto dei prezzi più alti.
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