22 Luglio 2026

Sommario

E questa volta le misure dovrebbero essere destinate a durare. La Sezione 301 richiede indagini formali da parte dell'USTR ed è molto più difficile da contestare in tribunale. La storia dimostra che questi dazi tendono a sopravvivere alle amministrazioni che li hanno introdotti: il caso della Cina del 2017 è già alla sua seconda revisione statutaria. A ciò si aggiungono i dazi della Sezione 232, che continueranno a concentrarsi su alcuni settori specifici, tra cui automotive, acciaio, alluminio e farmaceutica, mentre i prodotti legati all'intelligenza artificiale rimarranno in gran parte protetti, con un'aliquota inferiore al 5%, grazie al numero limitato di componenti elettronici soggetti a sovrattasse e alle esenzioni concesse a Taiwan e Corea del Sud. Finora i flussi commerciali globali si sono dimostrati più resilienti del previsto: le perdite di esportazioni nel 2025 si sono fermate a 74 miliardi di dollari, ben al di sotto dei 134 miliardi stimati, mentre per il 2026 sono previsti 57 miliardi di dollari di perdite grazie all'anticipo delle spedizioni (frontloading), al reindirizzamento dei flussi commerciali (rerouting), ai cambiamenti nei tempi di consegna e alle numerose esenzioni che hanno attenuato l'impatto dei dazi. Con la “Trade War 3.0”, tuttavia, il vero cambiamento sarà strutturale. Tra le principali economie, Cina (+13 punti percentuali fino al 35%), Emirati Arabi Uniti (+7 punti percentuali fino al 22%), Brasile (+8 punti percentuali fino al 20%) e Vietnam (+8 punti percentuali fino al 15%) registrano gli aumenti tariffari più significativi e si collocano ora tra i Paesi con i livelli tariffari complessivi più elevati. Al contrario, Regno Unito, Sudafrica, Taiwan e Filippine rimangono relativamente meno esposti, con aliquote stabili tra il 4% e il 7%, una divergenza destinata ad accelerare la riallocazione delle catene globali di approvvigionamento già in corso. La quota della Cina nelle importazioni statunitensi è crollata dal 21% nel 2016 al 13% nel 2024 e al 9% nel 2025, mentre la quota dei Paesi ASEAN che fungono da alternative di reindirizzamento è salita dal 7% al 14%.

L’effetto inflazionistico dei dazi negli Stati Uniti sta progressivamente svanendo, poiché l’aumento tariffario della prima metà del 2025 è stato ormai quasi completamente trasferito ai prezzi finali. Di conseguenza, il contributo dei dazi all’inflazione dovrebbe ridursi fino a livelli prossimi allo zero nella seconda metà del 2026, con un impatto complessivo limitato a +0,3 punti percentuali nel 2026. Tuttavia, questa fase di tregua sarà probabilmente temporanea. L’entrata in vigore dei dazi previsti dalle Sezioni 301 e 338 dovrebbe infatti riportare l’aliquota tariffaria effettiva statunitense al 12,4% entro il quarto trimestre del 2026, alimentando una nuova fase di pressioni sui prezzi nel corso del 2027. L’impatto stimato sull’inflazione è pari a +0,4 punti percentuali nel 2027, con un picco di +0,5 punti percentuali annualizzati nel secondo trimestre. Questo contribuirà a mantenere l’inflazione core relativamente elevata (+2,7%) anche in presenza di un rallentamento dell’inflazione complessiva al +2,2%, favorito dalla riduzione dei prezzi energetici. Sul fronte delle imprese, la fase più intensa della compressione dei margini sembra ormai superata. Per i prodotti soggetti a dazi, i margini di profitto si sono ridotti fino al 5,5% rispetto a uno scenario senza dazi, raggiungendo il punto di massima pressione nel terzo trimestre del 2025. Successivamente, la situazione è migliorata grazie al progressivo trasferimento dei maggiori costi sui clienti finali. La ripresa, tuttavia, non è stata uniforme tra i diversi settori: i produttori manifatturieri hanno recuperato gran parte della redditività perduta, mentre rivenditori, grossisti e operatori della logistica e dei trasporti continuano a subire pressioni sui margini.

La Sezione 301 sta diventando lo strumento preferito dell’amministrazione, sempre più guidata da considerazioni geopolitiche: Vietnam e Germania sono gli ultimi Paesi sotto indagine, rispettivamente per questioni legate alla proprietà intellettuale (IP) e ai prezzi dei prodotti farmaceutici innovativi. Anche la Sezione 338 dovrebbe assumere un ruolo crescente come strumento più rapido e reattivo nelle trattative commerciali dell’amministrazione Trump. Tra i temi da monitorare figurano i contenziosi sulla spesa per la difesa dei membri della NATO (ad esempio la Spagna), il reindirizzamento delle merci cinesi attraverso le catene di fornitura asiatiche e, soprattutto, le tasse sui servizi digitali (DST). Un dazio del 100% collegato alla DST nei confronti dell’Unione Europea porterebbe l’aliquota tariffaria effettiva applicata all’UE al 52%, causando una riduzione delle esportazioni pari a circa 60 miliardi di dollari. Parallelamente, potrebbero essere introdotte misure di alleggerimento tariffario finalizzate a incentivare gli investimenti nei settori soggetti a vincoli produttivi, come quello dell’alluminio, mentre riprenderanno i negoziati per nuovi accordi bilaterali. L’India, ad esempio, è ancora in attesa della finalizzazione dell’accordo che prevede un’aliquota provvisoria del 18%. Allo stesso tempo, i controlli alle esportazioni potrebbero emergere come un nuovo strumento di politica commerciale. In particolare, dopo il caso dei modelli di intelligenza artificiale Anthropic Fable 5 e Mythos 5, le restrizioni all’export di modelli di IA potrebbero diventare una leva strategica simile a quella già utilizzata per le esportazioni di armamenti. Infine, la trasformazione dell’USMCA da accordo soggetto a revisione periodica a un sistema di revisioni annuali fino al 2036 apre nuove linee di frattura strutturali, in particolare sulle regole di origine nel settore automobilistico, sui contenuti di origine cinese che transitano attraverso il nearshoring in Messico e sulle questioni relative all’accesso ai mercati agricoli.

Due colleghi parlano di business seduti su un divano

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